Scarica il PDF e leggi l'articolo anche offline.
Verrai automaticamente iscritto alla newsletter.
Ti invieremo le nostre comunicazioni ogni quindici giorni.

Ascoltare la propria eco

Download PDF

 

L’identità è come un’eco. Eco, nel pensiero mitologico della Grecia Antica, è una ninfa condannata da Era a ripetere sempre le ultime sillabe, essendo stata complice di Zeus in avventure extraconiugali. Eko, è la prima persona del presente del verbo Ekein, e significa: tengo saldo nelle mani, afferro, mantengo, ritengo, possiedo, ospito presso di me, mi tengo in me.
Questa immagine ci aiuta a cogliere la relazione che abbiamo con la realtà: vi è una propensione all’eco, alla riproduzione di sé, di quei comportamenti dei quali abbiamo avuto esperienza della loro efficacia, e che ci mettono al riparo da sorprese inattese, che ci consentono di trattenere noi presso noi stessi, di tenere saldo nelle mani ciò che crediamo di essere e sentiamo di essere. L’identità è come un’eco, perché è come un campo entro il quale riproduciamo e nel quale limitiamo i nostri comportamenti e le nostre azioni. Un campo i cui confini sono determinati dalla sicurezza di cui abbiamo bisogno per predire e anticipare gli effetti delle nostre azioni verso il mondo e gli altri. L’ampiezza della nostra eco è la nostra zona di sicurezza, il cui confine e la sua estensione sono generati dal nostro bisogno di non incappare in delusioni, fallimenti o situazioni nelle quali non ci sentiremmo bene con noi stessi. Nella nostra zona di sicurezza ci sono i comportamenti che sentiamo di avere sotto controllo, e di cui abbiamo una certa sicurezza dell’effetto che potranno produrre negli altri.
Nell’eco della nostra identità tratteniamo i nostri comportamenti e i nostri confini, ripetendo quel che sappiamo già di essere. Seguendo questa immagine, allora, la scoperta di sé è uscire all’aperto, abbandonare le pareti che ci restituiscono l’eco di noi stessi, per provare la nostra voce senza echi, che si diffonde nell’aria e non ci ritorna indietro, ma raggiunge luoghi nuovi e sconosciuti.

Vi è un modo di pensare se stessi convinti di possedere una profondità e una superficie, un’essenza interiore e una manifestazione esteriore. Da queste premesse si arriva, poi, all’idea che in alcuni momenti, in alcuni contesti, si indosserebbe una maschera, mentre in altri si sarebbe nelle condizioni di poter vivere la propria autenticità.

Mi pare, questa convinzione, un pessimo servizio reso a se stessi. Perché porta a convincersi che ciò che è bello della propria vita, ciò che più ha senso e valore, la propria autenticità, persino la propria felicità, dipendano da un’essenza riposta dentro di noi, purtroppo celata, e a volte mortificata, da ciò che siamo costretti ad essere, nostro malgrado.
Siamo quel che siamo, nel senso che siamo tutto quel che siamo, sulla superficie del nostro viso che portiamo con noi tutto il giorno, sulla superficie delle nostre parole che scambiamo con gli altri, tutte le parole che scambiamo, quelle nelle quali ci sentiamo a nostro agio e anche quelle che non ci piace avere. Siamo tutto sempre e non solo una parte, quella nella quale ci ri-conosciamo.

E’ nel tutto che scopriamo di quel che siamo capaci. E’ lì anche, forse, la nostra felicità possibile, il senso che ci rimane attaccato della vita: la nostra capacità di essere tutto ciò che siamo, ospitando le nostre paure, le nostre meschinità, le nostre imperfezioni.

Nella nostra totalità vi è anche quel che non siamo, nel senso che ci appartiene, come modo che distingue la nostra identità, anche ciò che non sappiamo essere, ciò che non riusciamo a fare, ciò che non riusciamo a dire, anche il coraggio che non abbiamo, anche la capacità di essere determinati che ci manca.
E’ questa accoglienza che porta l’essenza sulla superficie, che ci fa smettere l’attitudine di separare ciò che sarebbe sopra da ciò che sarebbe in profondità, ciò che sono da ciò che non sono. Non ci sono maschere, solo che siamo molti ed è faticoso accettare e ospitare tutta questa moltitudine, perché non tutto è bello, e ci vuole coraggio, un bel po’ di coraggio.
“La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde e arpe, timpani e tamburi. Mi conosco come una sinfonia.” (Pessoa, 1986).

There are currently no comments.