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Un diverso cambiare

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Sul cambiare si sono scritte e si scrivono fiumi di riflessioni, si fanno montagne di ore di formazione, di diffondono mastodontiche esortazioni. Forse perché il cambiare non è facile, affatto.

“Chi non sa morire non sa rivivere”, scriveva Alda Merini

A volte, è più facile essere infelici che cambiare, perché nel cambiare vi è anche un morire, vi è necessità di coraggio ad abbandonare dietro di sé pezzi di qualcosa che abbiamo costruito, difeso, imparato. In ogni cambiamento che giunge ad impegnarci vi è come compito l’elaborazione di un conflitto. “Che non si deve solo alla pigrizia se le relazioni umane si ripetono così indicibilmente monotone e senza novità da caso a caso, ma alla paura di un’esperienza nuova, imprevedibile, a cui non ci si crede maturi. Ma solo chi è disposto a tutto, chi non esclude nulla, neanche la cosa più enigmatica, vivrà la relazione con un altro come qualcosa di vivente e attingerà ad essa sino al fondo la sua propria esistenza.” (Rilke, 1997).

Quando cambiare è affrontare il proprio universo di comportamenti, i propri modi d’essere attraverso cui decliniamo l’esistere, allora non è un evento solitario, ma esperienza nella relazione con gli altri, spesso nonostante la relazione con gli altri. I limiti, le frontiere e i fallimenti del nostro cambiamento sono sovente nel ricercare e riconoscere nello sguardo degli altri la nostra trasformazione.

Modificare un modo con cui intraprendiamo determinate situazioni, mutare quel comportamento con cui ci facciamo soverchiare da emozioni, oppure quel modo che abbiamo di reagire a un gesto, o ancora cambiare una paura che ci tiene legati, non è percorso solitario, di allenamento fatto nelle stanze della nostra testa e dei nostri pensieri. Ci sono invece le trame dei legami che ci saldano a persone di conoscenza sedimentata nel tempo, che hanno abitudini e percezioni a lungo confermate su di noi, c’è questo mondo che ci guarda con uno sguardo su noi stessi che ormai ci precede.

Abbiamo negli occhi l’inclinazione e la tenacia a confermare il mondo nella ripetizione dello stesso. L’attitudine prepotente al bisogno di controllo e di rassicurazione spinge a ribadire, spesso inconsapevolmente, l’altro nelle forme e nei modi a cui ci ha abituato.

Di questo circolo di collusione il cambiamento di sé è vittima e prigioniero. Ci consentiamo e sentiamo di poter cambiare vedendolo possibile negli occhi degli altri. Lo sguardo degli altri ci segna, scrive su di noi il nostro destino, rassegnando le nostre forze al cambiamento.

Anche per questo cambiare è impegnativo ed è sforzo che richiede fatica, quella soprattutto di saper credere in se stessi, prima e indipendentemente dallo sguardo che gli altri ci rivolgono, nel quale persiste e dimora la nostra identità, fatta d’essere che continua nello stesso e si ripete. Allora cambiare significa difendere il proprio possibile, saperlo custodire a discapito della difficoltà di vederlo negli occhi degli altri, difenderlo credendoci, per allenarlo a prendere luce, poco alla volta. Oppure di colpo, e chissà.