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Saper cercare feedback

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Una caratteristica psicologica fondamentale, tra quelle che maggiormente determinano le nostre sorti personali e quindi il nostro futuro, è la modalità che adottiamo quando dobbiamo affrontare il disagio, la fatica o persino il dolore. Perché nei modi di fronteggiare un insuccesso o una condizione stressante non solo produciamo una Conoscere meglio se stessi,

Prima abilità: L’abilità di usare il linguaggio

Non vi è padronanza della realtà senza parola, senza verbo. Il passaggio dal sentire al comprendere avviene attraverso le parole che sono utilizzate per descrivere quel che si vive. Perché quel che sappiamo dire e anche quel che possiamo cambiare. Sin dal socratico “conosci te stesso” il lavoro del cambiamento di sé è imprescindibile da un lavoro di consapevolezza di sé. Le parole che utilizziamo per descrivere le nostre reazioni, le ragioni delle nostre scelte, i modi con cui agiamo delimitano ciò che prendiamo in considerazione per agire su noi stessi. La conoscenza di sé non può fermarsi al desiderio, ma impegna ciò che possediamo di noi stessi attraverso la capacità di trovare parole, espressioni e modi di descrivere che vanno a segno, che sanno fissare sfumature, che sanno spiegare e mostrare in modo unico il nostro di essere quel che siamo. La conoscenza di sé comporta la capacità di parlare di se stessi, ovvero di trattare se stessi, i propri processi interiori, le proprie azioni, come oggetti descrivibili, ovvero come “altro da sé” (Formenti, Gamelli).

L’abilità del linguaggio, come per tutte le abilità, più o meno sofisticate, dallo sport all’apprendimento di lingue straniere, non può consolidarsi senza allenamento. Non è sufficiente il desiderio, né un generico sentimento di padronanza. Come per tutte le abilità, la qualità del possesso è data dalla pratica. Sono diversi i mezzi e i modi per allenare la nostra abilità di usare il linguaggio, tra questi vi sono:

  • la lettura di romanzi, poesia e testi che ci consentono di avvicinare modi di descrivere l’essere umano con sfumature infinite e inedite; perché è dell’arte questa ricerca di una parola che cerca nelle pieghe dell’umanità ciò che è da scoprire;
  • la visione di film e opere teatrali, che propongo sguardi sulla realtà non convenzionali, non stereotipati, nei quali siamo sorpresi di modi di agire che potrebbero essere nostri;
  • dedicare del tempo a buone conversazioni con amici, nelle quali si affronta con piacere una parola che cerca di parlare di emozioni, di modi di essere, di comportamenti; senza la fretta di liquidare il tutto nelle etichette, nelle frasi fatte, ma tenendo aperta una domanda che cerca dell’altro da capire insieme;
  • la scrittura, cimentarsi in una parola che si genera seguendo domande e bisogni di capire; parole che descrivono eventi della giornata, oppure sguardi che si sono fermati sul paesaggio, oppure parole che cercano di mettere a fuoco, come una lente che posizioniamo sul cuore e proviamo a trovare la giusta regolazione.

“Noi sappiamo una cosa solo in quanto la sappiamo esprimere. Quanto più variamente e precisamente sappiamo produrre, eseguire una cosa tanto meglio la sappiamo. La sappiamo alla perfezione quando siamo capaci di comunicarla, di suscitarla ovunque e in ogni modo, quando siamo capaci di effettuare un’espressione individuale in ogni sua fase” Novalis

 

Seconda abilità: L’abilità di riconoscere gli effetti dei propri comportamenti

L’abilità di osservare gli altri trova un ulteriore livello di accuratezza: quella di saper comprendere come gli altri osservano e percepiscono noi.  Luft ha elaborato in modo efficace questa premessa, proponendo la famosa finestra di Johary, nella quale si ritrovano le diverse possibili condizioni nelle quali la conoscenza di noi stessi incontra la conoscenza che gli altri hanno di noi (Luft).

La conoscenza di sé è un viaggio potenzialmente illimitato, perché è limitata la possibilità che abbiamo di padroneggiare ed essere consapevoli di ogni nostro gesto, di ogni nostro modo di esprimerci e sentire.
Vi è una conoscenza di sé che richiede un lavoro spesso solitario, per avvicinarci a dimensioni delle nostre emozioni che si sottraggono al nostro sguardo, ma anche a quello degli altri. E su questa si ritornerà più avanti. Qui si vuole porre l’attenzione su quella parte di identità che ci sfugge, ma che non sfugge allo sguardo degli altri. Vi sono aspetti del nostro modo di essere dei quali siamo all’oscuro, ma che sono colti da coloro che ci sono vicini. Certo, sarebbe immotivato sostenere che tutto ciò che gli altri vedono in noi è vero, poiché lo sguardo di tutti è sempre anche esperienza di un modo soggettivo di cogliere la realtà. Ma sarebbe altrettanto ingiustificato sostenere che nessuno può conoscere di me qualcosa che io non conosca già. Nessuno è totalmente consapevole di sé, di ogni proprio modo di essere, di ogni gesto o di ogni espressione del proprio linguaggio. La nostra area cieca è un universo illimitato di possibilità di conoscerci e avvicinarci alla nostra identità. L’area cieca è questa possibilità che gli altri sono per noi, perché significa che presso gli altri ci sono io e che la mia tensione verso di loro può anche essere tensione verso me stesso.

Mettersi in cammino di sé significa anche accettare che la conoscenza di se stessi passi attraverso il recupero di ciò che si deposita nello sguardo degli altri, sfuggendo al proprio. Quanto siamo capaci di riconoscere il segno che lasciamo negli altri? Alla domanda: “Cosa credi che pensino i tuoi colleghi di te?” diverso è rispondere attraverso il desiderio e la speranza, dal rispondere attraverso la consapevolezza. Perché nel primo caso la mia risposta sarà del tutto generica, immaginando (sperando) che il segno che lascio negli altri sia sempre lo stesso; nel secondo modo invece sarò consapevole che il segno che lascio nelle persone si differenzia, e allora saprò raccontare il segno che lascio in Giovanni, diverso da quello che lascio in Andrea, e ancora un po’ diverso da quello che lascio in Paola.

Si partecipa ad una riunione di lavoro tra colleghi mai incontrati prima. L’incontro dura una mattinata. Al termine se ci chiedessero: “Che idea credi gli altri si sono fatta di te?” cosa rispondiamo? Abbiamo saputo comprendere il segno, gli effetti del nostro comportamento sugli altri? Abbiamo avuto occhi e orecchie per accorgerci delle etichette che ci hanno attribuito? Quanto siamo abili nel leggere e intercettare gli indizi che nel comportamento degli altri ci rivelano cosa e come vedono il nostro comportamento?
Parliamo ad una riunione. Vi sono persone che, mentre espongono le proprie idee, non si accorgono del graduale disinteresse che nasce negli altri; mantengono la loro attenzione su una o due persone da cui si sentono ascoltate, mentre tutti gli altri hanno interrotto la connessione.

Essere capaci di interpretare gli effetti del proprio comportamento sulla realtà, e sugli altri in particolare, è una risorsa essenziale per conoscere se stessi, perché fornisce quell’indispensabile consapevolezza di sé che si ottiene dal confronto tra autorappresentazione ed eterorappresentazione, tra l’idea che ho di me e l’idea che il mondo si fa di me.

Sono indicatori di questa nostra abilità:

  • la quantità di dettagli che notiamo negli altri come indizi del loro modo di percepirci;
  • il soffermarci con una domanda su di sé, e su cosa potrebbe esserci sfuggito nel nostro modo di agire, ogni qual volta ci sorprende il comportamento degli altri nella relazione con noi;
  • il saper non generalizzare, concependo che persone diverse possono avere di noi percezioni diverse, perché noi non ci comportiamo con tutti allo stesso modo.

Un modo peculiare, e indispensabile, che aiuta nel riconoscere gli effetti del proprio comportamento è l’abilità di essere attivi nel ricercare negli altri feedback su noi stessi. Vi è uno sguardo che interroga il mondo intorno a noi, attento a dettagli e indizi che ci possono rivelare l’impatto che lasciamo. Ma vi è anche un’azione intenzionale, sistematica e costante che si sforza di ricevere dagli altri informazioni e indicazioni sul nostro modo di agire ed essere. Ricercare feedback ci consente di ricavarne molti benefici:

  • ci consente di confermare le nostre convinzioni su di noi e le nostre caratteristiche, rafforzandoci nella sicurezza di sapere come siamo;
  • ci consente di riconoscere e consolidare la consapevolezza verso quei comportamenti che possediamo con efficacia, rinforzando l’autostima;
  • ci consente di diventare meglio consapevoli di comportamenti che sfuggono alla nostra coscienza, ma che lasciano un segno negli altri, orientando il loro modo di rapportarsi a noi;
  • ci consente di accertare quei comportamenti meno efficaci, e quindi a padroneggiarne meglio gli effetti critici.

I modi con cui possiamo ricercare feedback sono moltissimi, qui di seguito ne vengono proposti alcuni:

  • chiedere al proprio capo un colloquio di feedback (se non esiste già la procedura aziendale);
  • al termine di ogni attività rilevante (es. riunioni, progetti critici, nuovi compiti, ecc.) verificare con qualcuno dei partecipanti il nostro operato;
  • in situazioni nelle quali viviamo delle difficoltà con qualche collega trovare uno spazio nel quale fare all’altra persona delle domande aperte su come percepisce il nostro comportamento;
  • passare una serata con gli amici scambiandosi feedback reciproci.

Le idee qui suggerite potrebbero trovare delle obiezioni: “Ma chi mi garantisce che le risposte saranno sincere?”, “Come posso sapere se quel che viene percepito di me è poi realmente vero?”. Obiezioni corrette e condivisibili. Naturalmente, come sempre, di fronte a un punto di vista vero e corretto, non ve ne può esser un altro che lo abbatte. Quel che cambia è il desiderio che abbiamo di conoscere noi stessi, e il rischio che questo viaggio comporta. Se è vero che le persone potrebbero non essere sincere, potrebbero essere intimorite, o addirittura avere su di noi percezioni errate, è anche vero che se n me arde il bisogno di conoscere me stesso, allora, come si dice, il gioco vale la candela. Perché è preferibile avere un feedback che poi possiamo sempre considerarlo parziale o falso, che non averne alcuno, temendo di imbatterci in questi tipi di feedback. Detto in altro modo, sappiamo che la nostra ragione è una straordinaria ideatrice di alibi solidi e credibili, che creiamo per difenderci dal rischio di farci del male.

Va anche detto che nella ricerca esplicita di feedback attraverso le domande che possiamo rivolgere agli altri, non ogni espressione è uguale e porta ad uguali risultati. Inoltre non tutti siamo dotati della stessa capacità di analisi e di osservazione, sicché di fronte a domande generiche e vaghe è maggiore il rischio che le risposte siano generiche e vaghe, se non si possiedono spiccate capaci di analisi. In sintesi, una buona risposta è quasi sempre la conseguenza di una buona domanda.

Ecco dei suggerimenti.

 

domande da evitare ESEMPI di domande che possono portare a risposte puntuali e utili > che aprono finestre e consapevolezze su noi stessi
mi consideri un collega in gamba?
  • quali aspetti ti paiono i miei punti di forza?
  • in quali aspetti ti è sembra potrei migliorare il mio modo di collaborare con te?
  • ecc.
sono stato bravo/a nel gestire la riunione?
  • so essere chiaro nello spiegare le mie idee?
  • sono abbastanza attento nel considerare i punti di vista di tutti?
  • trasmetto abbastanza passione alle persone?
  • so valorizzare le idee degli altri?
  • cosa potrei correggere nel mio modo di comunicare per essere più convincente?
che ne pensi del mio modo di collaborare?
  • hai suggerimento su come avrei potuto gestire meglio la critica che ho ricevuto?
  • cosa potrei fare per collaborare meglio con te?
  • ti pare che mi siano chiari i tuoi obiettivi?
ti sembra che sono capace di ascoltare?
  • ti senti a tuo agio quando mi parli e mi esponi le tue idee?
  • ti sembra che sia capace di comprendere ciò che le persone hanno bisogno di dire?
  • so far mie le idee degli altri?
  • faccio domande quando mi trovo di fronte ad opinioni diverse dalle mie?

 

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