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Comunicare richiede confini comuni

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L’essere in comunicazione non è uno spazio illimitato. Il poter comunicare con altri richiede confini: di linguaggio, di valori, di sintonia affettiva ed emotiva. Confini di motivazioni e di rispecchiamento. I confini consentono al comunicare una familiarità e una reciprocità, delimitano un “noi” a cui affidarsi.

Ma nelle organizzazioni odierne, senza più confini di storia, esperienze e durata, che ne è del comunicare?

Mai così tanto tema di attenzione e formazione, mai così tanto in difficoltà. Vi è un essere in comunicazione che è differente dall’avere una comunicazione. Così come vi è un essere in ascolto differente dallo stare in ascolto. Nel primo caso il comunicare, quanto l’ascoltare, coinvolgono ciò che si è, nelle proprie convinzioni, esperienze e paure. E’ l’io (l’essere) che è in comunicazione e in ascolto, mettendosi a disposizione nell’accadere della relazione, attraverso uno spazio di apertura. Diversamente, nell’avere una comunicazione e nello stare in ascolto l’io è protetto, difeso, nell’atto di prendere o rifiutare, senza sentirsi parte di un comune confine. Questo è il rischio del nostro odierno comunicare: abbiamo organizzazioni senza confini, nelle quali il comunicare è diventato incessante, di parole dirette e telefoniche, di email e sms, un comunicare che non consente di essere in comunicazione o di essere in ascolto. Allora ci rimane questo comunicare, di chi ci sfiora e passa, senza confini e senza appartenenze reciproche.