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Conosco il mio potenziale?

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Il limite e il possibile del nostro potenziale

Il talento, quando non è ancora applicato, è potenziale.
Nell’idea del potenziale, e del possibile che vi è intrinseco, vi è una delle prospettive centrali che orientano la concezione dell’agire organizzativo: quella del cambiamento e della trasformazione. L’organizzazione ha necessità di cambiamento, oggi più che mai, per sopravvivere e realizzare i suoi traguardi.
Nel potenziale vi è una realtà possibile che non è ancora diventata tale. Ciò significa che il potenziale ha in sé condizioni e contenuti che anticipano la realtà futura. Così un medico potrà guarire (potenziale) un malato se la sua malattia è compatibile con le risorse che il medico ha a disposizione, e se le cure sono compatibili con la malattia. Nel potenziale non vi sono dunque solo ambizioni ad essere, ma contenuto, capacità, expertise, movimento, che rispecchiano e accolgono la realtà con i suoi vincoli. Allo stesso tempo, nel potenziale si concepisce anche un possibile che può dare alla luce a una realtà futura diversa da quella attuale, e quindi in grado di produrre un cambiamento dei vincoli e dei limiti della realtà. Così il potenziale di un’idea può portare alla luce una tecnologia che trasforma il mondo delle comunicazioni.

Definire il nostro potenziale

Osservando il potenziale nell’esperienza del soggetto, dell’agire delle donne e degli uomini nella realtà, ci si rivela la sua essenza: la possibilità di esercitare, da parte di chi lo possiede, un potere sulla realtà. Non possiamo pensare al potenziale senza pensare al potere. Perché è del potere la possibilità di agire sulla realtà, trasformarla e influenzarla. Il potere (da potestas) richiama la facoltà di fare, ma anche la capacità di fare; esso richiede il permesso di fare e allo stesso tempo di averne la forza.

Il potenziale impegna e coinvolge cinque dimensioni:

  • le risorse attitudinali
  • le risorse emozionali
  • la concezione di sé
  • l’expertise
  • le motivazioni

 Le risorse attitudinali

La possibilità di agire sulla realtà, trasformandola e rendendo attuale qualcosa che è ancora da realizzarsi (una decisione, una conoscenza, un influenzamento del comportamento degli altri) è determinata dalle risorse attitudinali che sono possedute in modo personale e individuale.

Il riconoscimento di queste risorse è oggetto di un’attenzione sempre più sofisticata nel mondo delle organizzazioni. Sono risorse attitudinali quelle capacità e caratteristiche di sé che guidano e influenzano il proprio modo di agire; le predisposizioni verso un’intelligenza o piuttosto un’altra (quella logico-matematica, quella estetica, quella pratico-operativa, etc.), come pure le inclinazioni verso alcuni comportamenti nell’interazione con la realtà (l’ascolto, la comunicazione, etc.).

Le risorse emozionali

Nel potenziale non vi è solo il possesso di abilità e capacità che possono determinare una realtà ancora da attuarsi, perché è vero che senza capacità e abilità nel correre non si può vincere una medaglia olimpica. Ma nel potenziale, inteso, come abbiamo detto, come ciò che ha in potenza l’attuazione di una realtà possibile, grazie all’esercizio di un potere, allora le sole capacità non bastano. L’esercizio di un potere richiede anche risorse emozionali.  Sono quelle che consentono di reagire con successo nel processo di adattamento alla realtà. Perché, come sappiamo, il nostro rapporto con la realtà, e anche con noi stessi, non è governato solo dall’evidenza dei fatti, ma si contamina incessantemente di timori, ansie, desideri e bisogni. La nostra identità psicologica sorveglia la nostra relazione emozionale con il mondo, orientando decisioni, azioni e modi di pensare. Le risorse emozionali che alimentano le nostre risorse di potenziale sono quelle che aiutano nel governare l’intesa tra le nostre emozioni e quel che ci accade.

La concezione di sé

Un’ulteriore componente che influenza il potenziale di un soggetto è la concezione che si ha di se stessi. Nella concezione di sé si ritrova la rappresentazione che ciascuno ha della propria identità, nella sua completezza. Nella concezione di sé vi sono, mischiati, fatti e sentimenti. In questo sentimento di se stessi, si trovano sia la realtà di ciò che mi è accaduto e di ciò che ho fatto, sia il sentimento di questa realtà, nel quale si fondono ideali, aspirazioni ed avvenimenti effettivi, nel quale sono anche omessi, per carenza di consapevolezza di sé, altri fatti ed altre emozioni. La possibilità di concretizzare nella realtà il proprio progetto, i propri desideri, non solo richiede capacità, attitudini, governo delle proprie paure, richiede anche di sentire di poter influenzare la realtà, di essere in grado di lasciare su di essa un segno. Sono pochissimi gli obiettivi che una persona può darsi senza che la loro realizzazione non sia condizionata da eventi, aspetti e comportamenti esterni a sé. Nella maggior parte dei casi, il successo di un obiettivo personale è influenzato da situazioni e accadimenti sotto il controllo di altri. Basti pensare alla possibilità di raggiungere un traguardo commerciale, oppure un miglioramento dell’efficienza del proprio ufficio. Nella concezione di sé l’aspetto più rilevante ai fini del proprio grado di potenziale è il sentimento di potere. Ovvero il sentimento di poter influenzare la realtà nella quale si è immersi, che può condizionare il raggiungimento del proprio obiettivo. Vi è una profonda relazione tra gli obiettivi che si accettano e fanno propri e il sentimento di potere che si vive. Nella misura in cui gli obiettivi diventano più impegnativi e ambiziosi, richiedono di confrontarsi ed entrare in relazione con una realtà sempre più vasta, nella quale le variabili che ne possono condizionare il successo crescono per numero e per criticità.

L’expertise

L’esperienza sembra diventata superflua. Si è fatta strada una concezione secondo la quale “expertise” è sinonimo di rigidità, ostacolo e difficoltà a cambiare.  E’ invece opportuno ricordare che, se nel potenziale vi sono le condizioni che rendono possibile l’attuarsi di qualcosa che non è ancora, allora possedere esperienze, abilità consolidate dal fare e fare ancora lo stesso, è parte indispensabile del potenziale. L’esperienza sta al potenziale, come il passato sta al futuro. Non è vero che il futuro per accadere ha bisogno di un passato sgombro di pesi e memoria, al contrario non c’è futuro senza un passato che lo annuncia. Il problema non è dunque l’incompatibilità tra expertise e potenziale, ma semmai è il possesso di un’expertise in grado di far accadere un futuro. L’esperienza è valore, di chi ha impiegato tempo nell’imparare e nell’applicare, e non può essere surrogata da una sola preparazione teorica e concettuale. L’esperienza si basa sul ripetere, che richiede tempo. Componente del potenziale è anche l’esperienza, perché consente di affrontare il futuro con la saldezza di chi ha provato e già sperimentato. Riconoscere il potenziale non significa allora ignorare il valore dell’esperienza, facendo di ogni erba un fascio, poiché è dell’esperienza anche il conservare e il ripetere, e quindi il proteggersi dal cambiare.  Riconoscere il potenziale significa interpretare e riconoscere quelle esperienze che apportano, al contesto in cui ci si trova e ai suoi bisogni, quel contributo indispensabile di aiuto a diventare futuro differente, perché la sola passione, il solo entusiasmo e il solo talento comunicativo non bastano. Nella persona che ha esperienza, questa diventa talentuosità proprio quando sa dialogare con il mondo che ha intorno, trasferendo prassi e metodi, comprendendo i problemi e le soluzioni possibili; consentendo, inoltre, agli altri di sentirsi vicini, parlando uno stesso linguaggio.

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