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Shakespeare e la valutazione dei collaboratori

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Decidere contiene l’etimo ‘tagliar via’. Nella natura essenziale di una decisione vi è la separazione. In ogni decisione vi è qualcosa che si tiene, di cui ci si appropria, ma anche e necessariamente qualcosa che si abbandona.
Solitamente quando si decide, e quindi si sceglie, ciò che si tiene, appare preferibile a ciò a cui si rinuncia. Si sceglie un certo tipo di piatto nel menù rispetto ai tanti, oppure di affrontare un compito che appare prioritario rispetto a un altro.

Vi è però un tipo di decisione che ha una peculiarità nella separazione che richiede: il dilemma. “To be or not to be”. Il dilemma è quella particolare decisione, faticosa e conflittuale, nella quale ciò che si lascia è non meno importante di ciò che si tiene. Amleto è il prototipo della drammaticità del dilemma. Drammatico perché ciò che non sceglierà avrà conseguenze ed effetti che lo costringeranno a una responsabilità impegnativa, non meno di ciò che sceglierà.

Apparentemente sono pochi i dilemmi che viviamo nelle nostre decisioni. Il più delle volte ci pare chiaro cosa sia meglio tenere e cosa sia meglio tagliare. In realtà il nostro cuore ci nasconde sovente il carattere dilemmatico delle decisioni con cui abbiamo a che fare. Ci rende inconsciamente la vita più facile, nascondendoci alcune faticose conseguenze delle nostre decisioni. Ci soccorre evitandoci la consapevolezza – amletica – di ciò che tagliamo. Una protezione che realizza semplificandoci la realtà, celandoci ciò che potremmo vedere o comprendere, rassicurandoci con un pensiero che crede di aver compreso le decisioni che prendiamo.

Un esempio è la valutazione dei collaboratori. Stabilendo un peso alla performance, le valutazioni sono decisioni. La valutazione è una scelta tra alternative, e non solo una misura della performance. Per questo è tanto complicata. L’esito di ogni valutazione tiene qualcosa e abbandona dell’altro. Ed è questa scelta che stabilisce il suo valore.
La valutazione dei collaboratori non riguarda solo l’equità. Tra le alternative che un capo deve scegliere nella valutazione vi sono: l’equità, ovvero il corretto uso dei metri aziendali nel considerare le effettive e osservabili capacità messe in atto; ma anche il sentimento di partecipazione emotiva per gli sforzi delle persone, anche se modesti nelle modalità; il desiderio di non mortificare le aspettative dei collaboratori; il risparmio di tempo nella gestione dei colloqui e del feedback; il desiderio di non avere collaboratori contrariati e ostili; il bisogno di non danneggiare la propria leadership.
L’esito finale, il contenuto comunicato al collaboratore e consegnato in un documento aziendale, riguarda questa scelta, tra ciò che si è tenuto e ciò che si è lasciato. Sovente il capo non coglie nella valutazione che produce quanto sia stata dilemmatica la sua scelta, non vede sino in fondo che ciò che ha tagliato e abbandonato lascerà effetti non meno importanti della scelta che ha privilegiato, pur con buone ragioni.

Il dilemma è questa grana, che ciò che si taglia e si abbandona continua a reclamare attenzione, anche se lo abbiamo lasciato. Peggio però è quando decidiamo senza accorgerci di avere un dilemma da gestire.

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