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Trend, fare formazione – 1a parte

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LA MENTE ESPOSTA AL PRESENTE


Apprendere ed evolvere rimane un’immutata necessità delle aziende. Sono le modalità per ottenere apprendimenti che richiedono di essere cambiate. Poiché le donne e gli uomini hanno specifiche identità psicologiche e culturali, generate dalla realtà esperienziale del presente a cui sono esposte, che esigono approcci e strategie aggiornati.

Di seguito alcune ineludibili metamorfosi della relazione con l’esperienza della formazione.

Il declino delle ideologie

Nel passato fare formazione significava anche misurarsi con il senso della propria identità, della propria appartenenza aziendale. La formazione era educazione, accompagnamento introspettivo senza necessario approdo a tecniche o soluzioni. La formazione era anche un territorio sociale di dialogo sui dilemmi della vita organizzativa: persona/azienda; identità/gruppo; leadership/partnership; merito/fedeltà. La formazione era riesame ideologico, ovvero riesame sorretto da un’idea del mondo, che affrontava il contratto sociale tra individuo e azienda. Sovente era considerata un bonus aziendale di cui beneficiare.

La fine della formazione

La formazione è diventata residuale nel tempo disponibile. Non ci si attende più riflessione, il tempo lungo del pensare e dell’approfondire. Si soffre la lentezza e la durata. I contenuti astratti sono vissuti come lontani e poco produttivi. Da bonus, la formazione è diventata evitabile. E’ dunque arrivato il tempo della morte della formazione. Di quella che dura intere giornate, con repertori di slide, role-play o giochi esperienziali. La formazione con al centro il formatore e il suo istrionismo, governata da programmi pensati senza i partecipanti, fissata in date precise, dislocata in spazi separati. La formazione episodica. La formazione con un pessimo trade-off tra il tempo trascorso in aula e gli effettivi contenuti che rimangono nel tempo nei comportamenti e nelle capacità dei partecipanti.

La concentrazione a termine

Da aggiungere, alle condizioni da considerare oggi per realizzare azioni formative, vi è l’erosione delle capacità di concentrazione. Mantenere la mente sullo stesso argomento, cercando di andare oltre i primi pensieri, imporsi di cercare più a fondo a cosa vi è da capire, rimanere focalizzati, è un’esperienza che ha ridotto la sua durata possibile. Abituata la mente a incessanti interruzioni e a durate attentive sempre più brevi, non sa trovare le energie per prolungare lo sforzo di concentrazione e di attenzione nel tempo. La mente reclama di capire immediatamente, di cogliere l’essenziale in frazioni di tempo, di giungere alle conclusioni nella porzione di un pensiero. Una condizione inadeguata a modelli formativi che richiedono attenzione prolungata, debriefing interminabili, concettualizzazioni accurate e approfondite.

L’affanno delle motivazioni

Non si può ignorare il tema delle motivazioni, quando si affronta la richiesta di un cambiamento. Anche su questo fronte le cose sono molto cambiate. Non solo per effetti di un sistema economico più precario, stressante e fabbricante di vulnerabilità. Vi sono effetti sulle motivazioni anche dai cambiamenti psicologici prodotti dall’esposizione a questo presente. Lo slancio motivazionale ha bisogno di energia e di sostegni, tra i quali alcune capacità che oggi appaiono fortemente appannate: la capacità di speranza e di proiezione nel futuro di un proprio traguardo, la capacità di progettualità nel saper riconoscere le proprie possibilità di influenzare la realtà che si vive, la capacità di lucidità nel saper riconoscere le proprie potenzialità e la loro effettiva autenticità. Invece il cuore delle persone appare provato dalla sfiducia e dal ripiegamento individuale, da un sentimento di impotenza verso un orizzonte di traguardi più vasto del proprio privato e da una ridotta capacità di autoanalisi e di conversazione interiore. Condizioni che indeboliscono la forza delle motivazioni possibili verso la fatica del cambiare.

Il tempo tachicardico

E poi vi è la relazione con il tempo che si vive, il tempo delle attività da affrontare, delle scadenze da rispettare. Come noto, il tempo è soprattutto una relazione psicologica, prima che empirica e fattuale. Non sono i fatti a determinare il sentimento vissuto, ma il rapporto che abbiamo con essi. E quando nelle agende delle persone incalzano imprevedibilità, interruzioni, nuovi compiti la relazione con il tempo necessario è straordinariamente influenzata dalla natura della risposta emotiva che si vive. E la risposta abituale della mente, dell’amigdala, a ciò che si presenta nuovo e inatteso è di generare fatica, spavento, impossibilità. La mente è predisposta ad allarmarsi di fronte al cambiamento, alle anomalie, alle variazioni. Così ecco il prevalere di una relazione con il tempo tachicardica, non solo perché oggettivamente manca il tempo, ma anche perché la mente produce costanti allarmi e sentimenti di impossibilità in un’agenda quotidiana caratterizzata da inattese attività, mail, chiamate e riunioni da fare. In questa esperienza temporale si deve dunque innestare un’altra attività, un altro compito, quello dedicato alla propria formazione. Un altro allarme.

Bisogni tangibili e plug and play

Influenzati e guidati dalle condizioni appena descritte, i bisogni di apprendimento e di cambiamento non hanno più necessità di categorie organizzative come leadership, decisione, teamworking e tutte le altre dell’arsenale. Senza ideologia e una visione del mondo la formazione non ha vive più la necessità di modelli generali e generici di capacità. Si afferma la concretezza, il plug and play. L’esigenza dell’immediata attivazione di ciò che si fruisce formativamente. Senza intermediazioni concettuali, senza strutture di orientamento teorico, la formazione a cui si è disponibili (vedi sotto “Il tempo tachicardico”) è quella che diventa facilmente applicazione. Imponendo una relazione di efficacia tra tempo investito e benefici nel quotidiano del ruolo presidiato.

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