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Felicità

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Lo si sa, essere felici è ben difficile. Dilagano i suggerimenti e i testi che indirizzano ad essere felici. Forse c’è dell’altro nella tanta infelicità che si vive. Forse non si tratta solo di cattiva volontà. Forse non è solo un mondo che assedia e costringe all’infelicità. Che la felicità sia un po’ pericolosa? Più dell’infelicità. Vivere un’emozione positiva, vivere una gioia è un’esperienza che rende vulnerabili. Perché la gioia e il benessere proiettano il cuore nel futuro, generano una speranza. Non tutta l’infelicità è uguale. Vi è quella che si vive precipitando nel dolore di speranze fallite e mortificate, di sofferenze prodotte dal sentirsi rifiutati o abbandonati, di scoperte che danneggiano l’idea di sé e delle proprie capacità. E poi vi è quella routinaria, situazionale, nella quale vi è l’abitudine alla tristezza, al disagio, al malumore, al dispiacere, all’amarezza. Questa infelicità, tanto frequente, è a suo modo una necessità. Perché la scontentezza cronica, la delusione ricorrente, l’avvilimento incurabile, sono stati d’animo del presente, non producono un desiderio di futuro. Ripiegano su se stessi, isolano. In questo tipo di disagio, per quanto sia un’esperienza faticosa, l’io vive la ripetizione e la conferma di un mondo nel quale è al riparo dalla felicità: dalla gioia che fa sperare, dal sorriso che produce il desiderio di essere ritrovato ancora e ancora, dall’allegria che potrebbe diventare una dipendenza dolorosa, se venisse infranta. Ben più dolorosi di un’infelicità routinaria.

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