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Gestire il conflitto, 3 strategie

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La cornice: quando e dove si presenta un’esperienza di conflitto?

Si presenta una situazione di conflitto quando l’affermazione delle proprie idee, dei propri bisogni o della propria libertà produce nelle altre persone dissenso, antagonismo, fastidio, rifiuto, aggressività, critica, negazione, a cui segue perciò la necessità di esercitare una comunicazione assertiva e affermativa, per sostenere e difendere ciò che sta a cuore.

Il conflitto può essere affrontato da due prospettive:
quella della tecnicalità, delle modalità e delle strategie comunicative per risultare efficaci;
quella del suo posizionamento e della sua genesi, delle condizioni che lo generano e della sua collocazione psicologica.

L’appunto che segue si concentra su questa seconda prospettiva, genealogica.

Siamo in una riunione e sentiamo esporre delle idee che non condividiamo, ci troviamo in un bar e il cameriere ci mette sul banco un cappuccino freddo preparato precedentemente, vicino a noi in treno una persona sta telefonando con un tono di voce eccessivo, il nostro responsabile non tiene a freno le sue ansie nel comunicare con noi, alzando inutilmente i toni. Situazioni a potenziale conflitto, che possono trovare due differenti condizioni, a cui sono riconducibili aspetti differenti di gestione del conflitto.

La prima: si viene coinvolti in questi accadimenti, ma non si vivono emozioni rilevanti, si affrontano senza stati d’animo di disagio, di ansia o di preoccupazione. Si interviene nella riunione comunicando il proprio dissenso, si chiede di poter avere un cappuccino caldo, si invita il passeggero ad abbassare la voce, si esprime al proprio capo il suo ingiustificato eccesso emotivo. Si affrontano le situazioni, tranquilli, senza agitazioni emotive. In queste condizioni una buona gestione del conflitto si riconduce esclusivamente al saper adottare la migliore tecnica comunicativa da utilizzare.

La seconda condizione: vorremmo dire la nostra ma ci freniamo, vorremo rimandare il cappuccino al mittente ma lo beviamo, vorremmo dire al passeggero di essere più educato ma rimaniamo in silenzio, vorremo dire al nostro capo che sta esagerando ma abbozziamo. Compaiono delle emozioni, dei timori, delle ansie, sentimenti di precauzione o preoccupazione. In questi casi si presenta una condizione del tutto differente, e una questione del tutto differente: dove si trova veramente il conflitto? Quali aspetti sono originariamente in conflitto tra loro?
Quando ci si trova in conflitto con qualcuno non si produce solo un’opposizione con un’altra persona. Non è questa la collocazione originaria del conflitto e nemmeno la sua originaria fonte. La genesi e il più remoto teatro del conflitto (che a volte è lacerazione) si trova all’interno di se stessi, tra parti di se stessi che si vengono a trovare su fronti opposti in relazione a ciò che si sta vivendo. Le origini del conflitto non sono nel collega che presenta con arroganza la sua idea sbagliata, o nel cameriere che rimedia a un cappuccino fatto inutilmente, oppure nel passeggero maleducato, o ancora nel capo stressato. E’ il modo con cui sono vissute che le rende conflittuali. Il conflitto esiste nel cuore delle persone, non esiste in sé, come un fatto indipendente. Una situazione diventa un’esperienza di conflitto quando si genera un dilemma interiore tra bisogni che si vivono, tra la risposta emotiva e i valori oppure i desideri in cui si crede. Da un lato le emozioni, con la loro protervia e la loro prepotenza nell’allarmare, nel produrre sentimenti di pericolo, di minaccia, di cautela. Dall’altro la coscienza, che ha convinzioni su cosa sia bene o male e il bisogno di affermare la propria autonomia, le proprie idee, i propri diritti. Vi sono le emozioni, con la loro biografia di esperienze di disagio e dolore, che vigilano e producono timori e ansie per allontanare possibili pericoli e vi è la concezione della propria identità, nella quale sono confluiti ideali, metriche valoriali, rappresentazioni e modelli etici ed estetici. Due mondi che per lo più sono alleati, spesso inconsapevolmente alleati, ma che entrano in conflitto quando il mondo che si vive divarica le risposte che si vorrebbero dare, quelle emotive e quelle valoriali, quelle della paura e quelle delle giustizia. Vi sono situazioni che si possono vivere nelle quali emozioni e desideri, istinto di protezione e bisogno di affermazione si trovano su fronti opposti. Nelle quali poter affermare le proprie idee, le proprie aspirazioni, i propri desideri o anche solo i propri gusti, si schiera in opposizione al sentimento di minaccia e di timore che si vive. Timori verso il disagio al sentirsi criticati, verso la possibilità di dare un’immagine non positiva di se stessi, oppure verso la possibilità di essere travolti dall’emotività o della propria aggressività, di perdere il controllo di sé.
Vi sono dunque conflitti che non sono collocati tra sé e il mondo esterno, ma all’interno della pluralità di aspetti che compongono la propria identità. Il fenomeno esterno, il collega arrogante, il cappuccino freddo, il passeggero maleducato, il capo ansiogeno, non sono altro che detonatori di un potenziale conflitto che abita in se stessi. Si può sintetizzare: non esiste il conflitto, esiste sempre un’esperienza di conflitto.

Sicché saper vivere e gestire buoni conflitti significa, prima di imparare tecniche, imparare la capacità di sentirsi in sintonia con se stessi, trovando un dialogo e un’intesa tra le parti di se stessi che si contrappongono. Se non sanata questa potenzialità di conflittualità interiore, produrrà sempre insoddisfazione e disagio, rimarrà sempre mortificata una delle due polarità in opposizione. Rimarrà mortificata l’identità e la sua autenticità, per aver rinunciato a dire la propria idea, per aver abdicato dai propri desideri e dalle proprie idee, per aver bevuto un cappuccino gelido o per aver subito ingiustamente una sfuriata del capo. Oppure, all’opposto, rimarrà il malessere di aver perso controllo nel aver cercato di difendere le proprie idee, di aver mostrato le proprie emozioni, di non essere stati capaci di essere sufficientemente autorevoli, calmi o lucidi, o anche il malessere di essersi resi impopolari o criticabili.

Modi per educare la propria gestione dei conflitti

1. Allenarsi omeopaticamente

La medicina omeopatica introduce nell’organismo le stesse sostanze che sono origine del male, per potenziare e irrobustire le autonome risorse immunitarie.
Allenarsi significa dedicare con continuità del tempo e delle azioni per sperimentare conflitti, in condizioni protette.
In condizione protette significa affrontare intenzionalmente delle situazioni conflittuali la cui natura, qualunque sarà l’esito, non avrà conseguenze o strascichi.

Pertanto, gli elementi fondamentali di questo allenamento:

  • isolare e affrontare singole situazioni nelle quali per abitudine evitiamo il potenziale conflitto;
    scegliere delle situazioni con persone sconosciute, che limitano il conflitto a una conversazione o a uno scambio comunicativo (es. la persona che salta la coda, la persona maleducata, quella che non si alza per lasciare il posto a una donna in gravidanza, quella che alza la voce, che fuma dove non dovrebbe, ecc.);
  • ripetere almeno una volta la settimana;
  • affrontare questi allenamenti senza preoccuparsi di ciò che potrà accadere, se si perdono le staffe, se si mostra la propria agitazione, se non si è capaci di rispondere lucidamente; ricordarsi che non si avranno conseguenze, che non si ha NULLA da perdere.

2. Ironia

Il pensiero ironico è quello che riprende ciò che si vive considerandolo sotto la luce del relativismo e della dissacrazione. Il pensiero ironico è un modo di conversare con ciò che si vive cercando il suo lato assurdo, il ridicolo, il buffo, la contraddizione. L’ironia produce un preciso risultato: allontana dal cuore ciò che si vive, rendendolo meno pesante, meno minaccioso, meno ansiogeno. “La libertà comincia dall’ironia” (V. Hugo).
Esercitare ironia per potenziare le nostre capacità di conflitto significa affrontare le emozioni disagevoli che si vivono (ansia, rammarico, paura, fastidio, rabbia) conversando con se stessi ridicolizzandole, nel loro essere eccessive, nel loro esagerare quel che è accaduto o potrebbe accadere, nel loro drammatizzare: “E che sari mai?”

3. Usare il corpo per modificare le emozioni

Non solo le emozioni producono reazioni nel corpo (sorrisi, rossore delle guance, alterazione della voce, ulcera, ecc.). Anche il corpo può condizionare l’intensità e la natura delle emozioni.
Se ci si sforza a sorridere cresce un sentimento di positività verso la vita. Se ci si impone di agire con calma cresce il controllo delle reazioni emotive.
In occasione di situazioni conflittuali una modalità d’aiuto è concentrarsi sul proprio corpo, mentre vengono affrontate e si teme di poter perdere il controllo delle proprie emozioni.
L’attenzione al corpo non fa scomparire le emozioni, ma ne può attutire e ridurre la loro carica esplosiva e pervasiva.

Suggerimenti:

  • rallentare, imporsi di rallentare quando si sente montare un’emozione è benefico, perché la calma del corpo si oppone allo stato di emergenza e agitazione che vorrebbe produrre l’emozione, generando una contraddizione che influenza l’intensità dell’emozione; rallentare la velocità della voce, la velocità dei movimenti del corpo;
  • rendere la postura più diritta e verticale, perché produce un sentimento di forza e fierezza, che contrasta con il sentimento di pericolo e fragilità che vive l’emozione
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