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La conoscenza del cuore

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Le emozioni sono capaci di farci conoscere qualcosa della realtà? Ciò che è certo è che vi è un modo attraverso cui le emozioni ci insegnano la nostra realtà. Se consideriamo la conoscenza come il possesso di una rappresentazione della realtà che ci aiuta a discriminare il giusto dallo sbagliato, ciò che è corretto dall’errore, ciò che esiste da ciò che invece non esiste, quello che è possibile da ciò che è invece impossibile, allora a questo approdo non vi arriva solo il pensiero e la deduzione logico-discorsiva: vi è un’intelligenza delle emozioni che produce conoscenza (Borgna, 2001).
Ciò è così vero che a volte la conoscenza del cuore si pone in modo alternativo a quello che viene dalla ragione e dalla deduzione.
La vita emozionale è una risorsa indispensabile per la vita cognitiva, e solo una costante e continua permeabilità reciproca, possono produrre una relazione con la realtà e con se stessi di ben-essere.
Accorgersi se i due mondi sono reciprocamente isolati e sordi, invece che in comunicazione è spesso la condizione indispensabile per approdare al nostro ben-essere. Accorgersi se le nostre emozioni stanno fortificate dentro il silenzio, dentro l’assenza di domande, senza parole, senza coraggio di esplorarle, oppure sono frequentate da buone domande, da parole che le descrivono con originalità, cura e passione.
La cura del nostro pensiero emozionale è una fondamentale propedeutica per l’efficacia della nostra azione nel mondo. Perché, come scrive il filosofo del tempo soggettivo Henry Bergson, “ci sono cose che l’intelligenza è capace di cercare, ma che, da sola, non troverà mai.” (Berson, 1982)
Tuttavia proviamo spesso la difficoltà di questa cura, anche perché alcune delle nostre emozioni non desiderano essere trovate e scoperte; perché abbiamo bisogno di celarle dentro di noi, proteggendoci dalla fatica che ne avremmo se le incontrassimo. Tutto ciò va bene: se abbiamo un inconscio è perché ha una sua utilità e una sua funzione. Svuotarlo di ciò che custodisce non è saggio. Il segreto, anche quello che noi siamo per noi stessi, è qualcosa che ha necessità di esistere, per garantire l’equilibrio del visibile e di ciò che siamo nelle decisioni e nelle azioni.
E’ anche vero che vi sono condizioni che viviamo che non sempre sono di ben-essere e di soddisfazione; vi sono momenti nei quali quello che ci accade non funziona come vorremmo: un dissidio con un collega, una difficoltà di intenderci, di comunicare. A volte accade che ci assalga e ci accompagni del malessere, perché non otteniamo ciò che vorremmo, perché nel rapporto con il mondo ne siamo affaticati. In questi casi, poter superare queste condizioni di insoddisfazione, se non di malessere, non è un fatto solo di testa, di ragioni del pensiero. Occorre piuttosto saper comprendere il mondo delle emozioni, quello che non frequenta solitamente i nostri pensieri, che se ne sta all’ombra di quel che abbiamo imparato ad essere nascondendolo.
Di tutte le differenti emozioni che possiamo vivere, ciò che hanno in comune è di portare il nostro sentire fuori di noi, fuori del nostro io, mettendoci in contatto e relazione con il mondo. Le emozioni sono la traccia nel cuore delle nostre intenzionalità (Husserl, 1981).
Avviciniamo il mondo e gli altri, con percezioni e comportamenti, agiamo e decidiamo, e in ciò si realizza una condizione straordinaria e precaria: la tensione che ci porta fuori di noi e che porta in noi il mondo e quel che incontriamo. L’incontro con il mondo non è infatti un’azione neutra: in noi il mondo è anticipato, è proiezione di qual che siamo, è desiderio, è bisogno.
Vi sono così emozioni che sono immediatamente comprensibili in questa loro intenzionalità, nel loro legarci o spingerci verso qualcuno o qualcosa fuori di noi. Ma ve ne sono altre nelle quali ci appare meno palese questa intenzionalità: una certa malinconia, della tristezza, oppure anche una letizia. Alcune emozioni nelle quali non sembra esserci un indirizzo verso altro da noi. Eppure tutte le emozioni, se andiamo a fondo del loro movimento dentro di noi, ci legano a qualcosa o qualcuno che sta fuori di noi. (Borgna, 2001)
Le emozioni ci fanno essere in trapasso, in movimento. E questo movimento, che ci spinge a cercare altro da noi, produce gioia e dolore, allegria o ansia, secondo ciò che incontriamo e ciò che siamo.
C’è dunque nelle emozioni non solo ciò che ci colma di vita, ma anche la loro irriducibile condizione tragica. Vi è il sapere, magari inconsapevole, ma comunque vissuto, di essere proiettati verso qualcosa che è incontrollabile, verso l’ignoto. Avere emozioni è accogliere dentro di sé l’incerto che ci lega ad altro, verso qualcosa che è fuori di noi, e per questo è carenza.
Scrive Cristina Campo sull’amore, che tra le emozioni è quella certamente più auspicata: “L’amore è per essenza tragico perché da esso – solo da esso – la freccia del nostro presente vola istantaneamente a configgersi nel futuro; superando di colpo tutto lo spazio che noi dovremo lentamente percorrere, fissando un termine ignoto cui non possiamo in alcun modo sottrarre la nostra anima” (Campo, 1991).

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