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La sfida della fiducia

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Sulla fiducia vi sono pensieri contrastanti: “Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio” e, all’opposto, la convinzione che la fiducia sia indispensabile per costruire solide relazioni. Forse perchè verso la fiducia non possiamo che avere una relazione contrastata e bipolare: non possiamo fare a meno di dare fiducia, ma, allo stesso tempo, abbiamo anche necessità di giustificare il contenimento della fiducia. In questo modo ognuno si trova nel giusto, secondo quanto considererà predominante la correttezza di un punto di vista sull’altro.
Ma cos’è la fiducia? Potrebbe essere: è fiducia ciò che rimane tolto il controllo.
La fiducia riguarda il nostro affidarci a qualcosa che non conosciamo, di cui non abbiamo certezza delle sue conseguenze su di noi. Non per nulla nella parola fiducia vi è il tema della fede, che è l’espressione maggiore di affidamento a qualcosa di cui non si hanno certezze empiriche della sua esistenza. Nel sentimento della fiducia noi, o parte di noi stessi, si consegna a un futuro di cui non abbiamo sicurezza della sua evoluzione. La fiducia è il sentimento di legame che istauriamo con dell’ignoto.
Per questa ragione è un paradosso affermare: “Prima devo sapere, devo conoscere, per dare fiducia” come se la fiducia derivasse dalla conoscenza. E’ invece esattamente l’opposto: la conoscenza mi serve per ridurre la quantità di fiducia che devo vivere. E’ quando manca della conoscenza, dell’esperienza e del controllo che devo ricorrere alla fiducia.
Se appare corretta questa prospettiva, ne deriva che il controllo è necessario, perché ci consente di limitare la necessità di fiducia. Senza alcun controllo affronteremmo la vita in modo sprovveduto e certamente pericoloso. Allo stesso tempo, un eccesso di controllo produce l’opposto, cioè una contrazione e un trattenimento dall’esplorare ciò che non si conosce. E’ su questo equilibrio, tra ciò che sentiamo il bisogno di controllare e la disponibilità ad affidarci alla fiducia, che ciascuno di noi costruisce il suo rapporto di legame con sé e con il mondo. Ciò che controlliamo e che conosciamo ci serve per definire ciò di cui ci fidiamo.
Nella nostra vita organizzativa odierna, che lo si voglia o no, siamo costretti a maggiori sforzi di fiducia. Sono tanti i fenomeni che ci circondano di cui non abbiamo sufficienti conoscenze, sono tante le decisioni che dobbiamo prendere senza avere abbastanza informazioni, sono tante le relazioni che siamo chiamati a costruire senza avere il tempo di verificare, di controllare. Il coinvolgimento organizzativo ci impegna in scambi, comunicazioni, valutazioni su cui possiamo poco controllo; ci rimane la fiducia.
Senza fiducia non si può vivere. Perché vi è in tutto quel che facciamo un po’ di ignoto e imprevedibile, che dobbiamo saper accettare. Senza fiducia non vado in auto, non mi lego ad una persona, non prendo alcuna decisione. La differenza è di quanto controllo ho bisogno? Quanto mi baso sulla fiducia, sul sentire con il cuore l’ignoto e immaginarlo favorevole e benevolo?
La fiducia è faticosa, più del controllo. La fiducia ci richiede la capacità di abbandonarci a ciò che non conosciamo, ed è una sporgenza che può avvenire in molti modi. Può esserci della fiducia preventiva, quando ci affidiamo a qualcosa che deve o può avvenire. Oppure può essere una fiducia interpretativa, quando ci spieghiamo quel che non conosciamo proiettando nell’ignoto una realtà benigna e positiva.
In sintesi, forse possiamo dire che il sentimento di fiducia riguarda la nostra capacità di entrare in rapporto con l’ignoto, avendo in noi una sicurezza che ci fa sentire di non temere quello che potremo incontrare. “Noi siamo messi totalmente a nudo solo se andiamo senza barare verso l’ignoto.” (Bataille, 1978).

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