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Lavorare in gruppo e con il gruppo

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La nozione di gruppo rimanda immediatamente al concetto di sistema così come si è venuto delineando attraverso l’intreccio di diversi contributi disciplinari.
In particolare, riteniamo che il riferimento alla nozione di sistema consenta di contemperare esigenze descrittive con esigenze di riflessione trasversale assumendone alcune specificità e connotazioni intrinseche come: luogo/campo psicologico-cognitivo e operativo (K. Lewin) e interazione reciproca fra le parti.
Lavorare con e nei sistemi significa dunque osservare, riconoscere, rendere significanti e contribuire a dare senso a processi ed eventi di uno specifico spazio-tempo, poggiando su alcuni punti di focalizzazione:

Innanzitutto un gruppo è definito da un confine e da una percezione dello stesso che permette il posizionamento dei soggetti e delle loro interazioni. L’individuazione dei confini consente di posizionare e posizionarsi come osservatori e attori, di definire il luogo da cui si parla e la direzione del proprio parlare a …
Il confine in tale prospettiva è concetto geografico, politico e psichico che consente di separare, ma anche di transitare da un luogo all’altro, è un posizionamento dell’identità individuale e collettiva e delle sue possibili trasformazioni e transazioni. Mentalmente ed esperienzialmente lavorare intorno alla dimensione del confine significa passare da una visione di “limite” ad una visione di opportunità, da una immagine di doganiere a quella di traghettatore. Modificare tale prospettiva significa anche trasformare l’immaginario individuale e collettivo e i miti su cui esso si fonda. Il doganiere controlla un dato fissato e certo, esige passaporti, rilascia etichette per l’ospite che rimane un turista. Il “passatore” facilita il transito, le barriere non sono insormontabili.
Posizionare le frontiere, comunque, consente, attraverso il controllo delle ansie di base, il costituirsi dell’identità o delle molteplici identità. Senza limiti (senza pelle) non vi può essere senso del Se’ e quindi nemmeno riconoscimento dell’Altro. Le frontiere danno la posizione, consentono di navigare nello spazio e nel tempo, garantiscono una dimensione di elaborazione e di crescita.  Ed è proprio la crescita che richiede “espansione”, superamento del limite per accedere ad altri spazi e luoghi.
La crescita avviene anche attraverso un viaggio interiore e consente, come per Ulisse, pause e riprese, abbandoni e ritorni. L’esperienza nei gruppi, nel “qui ed ora”, del lavoro riflessivo e analitico, è proprio questo: stare in un luogo e fare un viaggio “interiore”, dentro sè, attraverso la relazione con l’Altro.
Fare gruppo – fare organizzazione – dunque significa definire, istituzionalizzare delle frontiere, cioè delle rappresentazioni collettive di “Medesimezza” e di “Alterità”, definire delle regole di vicinanza, lontananza, di prossimità e di conflitto. La riflessione sul senso del confine, come limite e frontiera, e delle sue possibili articolazioni è di particolare rilevanza in questo scorcio di fine millennio proprio perché tutti i recinti certi (da quelli degli Stati a quelli delle ideologie) sono caduti e la realtà si presenta come un ribollire di passioni caotiche e contraddittorie. Si è aperto uno spazio di grande incertezza, ma anche di grande opportunità trasformativa e generativa: anche attraverso il “lavorio gruppale” è possibile scoprire nuove frontiere, fondare nuovi accampamenti e nuovi collettivi, inaugurare un nuovo spazio ed un nuovo tempo.

Darsi un limite significa anche individuare, riconoscere un primary task, come elemento istituente il “sistema” e rispetto al quale riconsiderare e riordinare la molteplicità delle istanze e degli obiettivi individuali. Il primary task definisce lo spazio vitale del sistema, assolve alla funzione di contenitore delle pluralità, è la convenzione primaria che consente agli attori di con-sistere per potere intraprendere un proprio viaggio di incontro con l’Altro e con i suoi molteplici significati.
Potremmo dire con una metafora di “passare dal desiderare al considerare”. Se torniamo all’etimologia latina dei due termini scopriamo, infatti, che il desiderio è condannato alla frustrazione o peggio all’invidia proprio perchè si proietta intorno alle stelle (de-sidera), cioè all’impossibile. Considerare (cum-sidera), invece, significa stare con le stelle, recuperare nel territorio dell’incontro possibile e incerto con l’Altro, i propri punti di riferimento (N. Fusini). E’ evidente che ciò comporta in parte l’abbandono dell’infinito per riposizionarsi sul finito e sulle sue possibilità.

Accedere ad una visione sistemica significa abitare la pluralità. Il sistema è per definizione “plus”, anche quando lo riferiamo al sistema soggetto. Nella lingua latina “plus” denota esattamente l’idea di plurale, ciò che è “oltre l’uno”. Così è possibile rintracciare i significati collettivi anche nelle azioni dei singoli. Nel gioco degli specchi del sistema, ciascuno acquista un senso anche per gli altri e per l’insieme. Parla per sé, ma anche rappresenta qualcosa a nome di qualcuno, consapevolmente e inconsapevolmente.
Ciascuno parla dal suo luogo e con il suo logos ma anche esprime e ad un tempo costruisce i luoghi, i logos e le emozioni dell’istituzione di cui è parte. I legami sociali sono sempre leggibili come giochi linguistici in cui ciascuno all’interno di regole fa mosse che a loro volta mantengono e trasformano il gioco stesso (Lyotard). Come diceva Wittgenstein a noi non è dato essere fuori dal linguaggio. Ciascuno è dunque “linguaggio” specifico, ma anche familiare, istituzionale, etnico, religioso che nasce dalle sue molteplici appartenenze e che trasporta e ritrasforma nei suoi incontri. Ciascuno nel sistema è anche in questa prospettiva, soggetto plurale che si incontra con Altri plurali, dando così vita ad una nuova “unità plurale

Il linguaggio e le narrazioni che attraverso di esso si narrano è uno dei fondamenti dell’ambiente antropologico che connota ogni sistema e a cui esso partecipa. Ogni sistema ha e produce i miti fondatori, in ogni sistema si narrano storie e si tramandano storie. Ogni sistema, in sintesi, è una metafora o un insieme di metafore che si rincorrono. La vita di un sistema si struttura intorno ad eventi (intellettuali, tecnici, sociali) che hanno la capacità di riorganizzare la prossimità e le distanze in quello o in questo spazio.  Gli spazi interpersonali crescono, si assottigliano, si trasformano, spostando le intensità affettive, coinvolgendo nel proprio divenire nuove figure del sentire e del con-sentire. Lo spazio antropologico di un sistema è dunque materiale e virtuale, è uno spazio di significati. Il gruppo, i gruppi e le istituzioni sono rappresentazioni mentali collegate da sistemi di comunicazione. Lavorare nei e con i gruppi in prospettiva antropologico-linguistica, significa favorire il riconoscimento dei significati della struttura sociale e del potere di ciascuno come “nodo” della stessa ed anche ospitare l’emergere di mosse spiazzanti, destabilizzanti, innovative.

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