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Le parole della pandemia verso una vera ripartenza

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Le parole raccontano la nostra esperienza. Questa è una frase che spesso scrivo sulla lavagna a fogli mobili in aula, e mi piace stimolare il dibattito, spesso vivace, lasciando ad ognuno di esprimere un proprio punto di vista. Attraverso il linguaggio esprimiamo la componente più immediata del nostro mondo, del nostro sentire, con un vocabolario che varia in base alla nostra sensibilità e al nostro corredo culturale: non sempre è facile raccontare, con le parole, uno stato d’animo, un percepito, un’emozione. Inoltre, l’unicità ed allo stesso tempo la complessità della nostra identità, articolata e composta, va oltre le parole che la possono descrivere.

Il linguaggio e le parole finiscono poi per incorniciare la nostra esperienza, ed il contesto, la cornice, si riverberano sul contenuto, l’interpretazione e il percepito dei fatti.
Il periodo che stiamo vivendo, quello del Covid19 e del lockdown, rappresentano un’esperienza individuale e collettiva che finirà sui libri di storia e lascerà un segno su ognuno di noi e sul contesto che stiamo vivendo.

Le parole utilizzate dai media e dai portatori di opinione, salvo qualche rara eccezione, sono netti, duri, evocativi ed a mio avviso non ben calibrati, oltre che abusati ed a tratti scontati: guerra, prima linea, fronte e così via. Sarebbe interessante capire il percepito individuale, consapevole ed inconsapevole, legato a queste parole e quale è il reale impatto, immediato e futuro, di un “nemico invisibile”, impalpabile, inafferrabile ma pericoloso e letale, che si presta benissimo a questo tipo di lettura.
Se questo è il linguaggio, che forse creerà una cesura tra chi è più forte psicologicamente ed economicamente e chi è più debole, cosa fare per modificarlo e come ristrutturare la cornice dell’esperienza che stiamo vivendo in maniera efficace e realistica?

Il linguaggio è uno degli elementi chiave con cui costruiamo i nostri modelli mentali del mondo e può influenzare in maniera importante il nostro modo di percepire la realtà e di rispondere ad essa.

Sigmund Freud ha scritto che le parole sono lo strumento di base della consapevolezza umana: “In principio parole e magia erano la stessa cosa, e perfino oggi le parole conservano molto del loro potere magico.  Attraverso le parole ognuno di noi può dare a qualcun altro la massima felicità oppure portarlo alla totale disperazione (…) Le parole suscitano emozioni e sono il mezzo con cui generalmente influenziamo i nostri simili”.

Il linguaggio è un mezzo che serve sia a rappresentare la realtà che viviamo sia a creare modelli della nostra esperienza per poi trasmetterli.
Gli antichi Greci, nella loro raffinatezza, avevano parole diverse per queste due sfere. Con il termine “Rema” indicavano le parole usate come mezzo di comunicazione: “Rema” si riferiva a ciò che viene detto oppure alle “parole intese come cose”.
Il termine “Logos” invece, serviva ad indicare le parole associate al pensiero e alla comprensione e quindi “Logos” si riferiva alla “manifestazione della ragione pensante”.

Aristotele così scriveva: Le parole pronunciate sono i simboli dell’esperienza mentale e le parole scritte sono i simboli delle parole pronunciate. Gli uomini non si esprimono tutti con gli stessi suoni, così come tutti non hanno la stessa grafia, ma le esperienze mentali rappresentate simbolicamente da quei suoni sono uguali per tutti, come le cose di cui essi costituiscono le immagini.

L’affermazione di Aristotele, secondo cui le parole simboleggiano le nostre esperienze mentali, rimanda al tema che le parole sono una “struttura superficiale”, le quali a loro volta sono la trasformazione di “strutture profonde” mentali e linguistiche.

Quali sono oggi le parole, sentite, profonde, che devono accompagnare la ripresa, individuale e sociale?

Quali sono gli stimoli per dialogare con noi stessi, per ritrovare risorse utili per fronteggiare quello che stiamo vivendo e ci apprestiamo, direi non solo a vivere, ma a sperimentare?

Qual è il “Logos” che ci accompagnerà?

La “Ripartenza” come viene definita, preferisco questo termine ad altri, porterà ad una nuova sperimentazione di noi stessi, all’elaborazione di esperienze, alla ricerca, in maniera induttiva, di fatti, rapporti, situazioni, a cui dare probabilmente un nome diverso, ma pur sempre degno di un significato. Dalla ricerca di fatti ed esperienze, forse elaboreremo nuove percezioni, nuove visuali, e parole altrettanto ricche per raccontarle e per farle sedimentare dentro di noi. Questa è la speranza per momenti che ci metteranno alla prova e che sono sicuro faranno emergere le nostre migliori risorse.

Per concludere con l’Amleto di Shakespeare, “nessuna cosa è buona o cattiva, è il pensiero che la rende tale”.