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Resilienza, cos’è?

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“Le difficoltà rafforzano la mente così come il lavoro irrobustisce il corpo”
Seneca

Ad un primo confronto tra definizioni, il coping e la resilienza appaiono come costrutti sostanzialmente simili. In realtà, i due concetti, pur avendo molti punti di sovrapposizione, sono da considerarsi distinti. Più nello specifico, le strategie di coping partecipano al fenomeno della resilienza che è, però, più vasto. Essa é la capacità di affrontare eventi stressanti, superarli e continuare a svilupparsi, aumentando le proprie risorse con una conseguente riorganizzazione positiva della vita.
La definizione di coping si basa, invece, su tre presupposti, il primo é relativo alle modalità di resistere agli eventi stressanti e dunque alla capacità di far fronte a. Quando si parla di individui resilienti, l’evento stressante è affrontato e superato con successo, mentre il coping rimanda solo alla messa in atto di strategie, che potrebbero non condurre ad una risoluzione positiva.
Il secondo presupposto del coping fa riferimento alla capacità di continuare a svilupparsi e aumentare le proprie competenze, nonostante le condizioni avverse, mentre nella reintegrazione resiliente possono essere potenziate anche l’autostima o l’autoefficacia. Infine, il terzo presupposto è riconducibile alla riorganizzazione positiva della vita. Questo significa che, mentre la resilienza si iscrive in un contesto temporaneamente dilato, le strategie di coping riguardano le risposte a una certa situazione hic et nunc.
Una serie di studi, che collegano la resilienza al coping, hanno fornito la dimostrazione che le persone resilienti usano l’umorismo, l’esplorazione creativa, il rilassamento e il pensiero ottimistico, come strategie di coping.
Da numerosi studi sembra emergere l’idea che la resilienza sia fortemente correlata al ricorso a strategie di coping, riferibili a uno stile di approach coping, centrato sul problema e sulle emozioni. Il corpo di ricerche che si è occupato, invece, del repressive coping ha messo in luce la sua associazione, con tutte quelle situazioni nelle quali è fondamentale per l’individuo preservare la propria immagine di sé e mantenere bassi livelli di emozioni negative. Nella stessa direzione vanno gli studi di Froma Walsh (1998), condotti sulle famiglie resilienti. Questi ultimi hanno messo in evidenza l’importanza, per uno sviluppo resiliente, della presenza di calore, affettività, supporto emotivo, così come di una struttura famigliare ben funzionante e della presenza di confini ben definiti.
La resilienza si configura come un processo attivo di resistenza, di autoriparazione e di crescita, in risposta alle crisi ed alle difficoltà inevitabili della vita, ma non tutte le persone che riescono a superare le avversità possono definirsi resilienti: si deve distinguere il funzionamento competente della resilienza, che implica anche il grado di benessere emotivo e relazionale.

La resilienza è descritta in numerosi studi, come una caratteristica innata, una tempra biologica, una forza personale. Esistono delle caratteristiche individuali, connesse ad essa, quali per esempio l’avere un’intelligenza superiore alla media, l’appartenenza al genere femminile, l’avere solide basi spirituali e morali, o possedere la convinzione che i propri sforzi saranno premiati. Ci sono poi dei contesti relazionali facilitatori delle caratteristiche individuali di resilienza, quali l’avere un contesto familiare caratterizzato da sostegno emotivo, confini chiari, struttura coerente, sistemi di credenze condivise intergenerazionali, o avere legami di attaccamento sicuri, come quello con il partner o con la famiglia.
La resilienza è la capacità di riprendersi dalle avversità ed uscire più forti e pieni di nuove risorse. Essa rappresenta altresì la capacità di navigare il cambiamento senza naufragare, adattandosi attivamente ad esso. Quando cambia l’ambiente esterno occorre che cambino anche stabilità emotiva e centratura rispetto alla parte più profonda del sé, rappresentata, ad esempio, dalla propria struttura valoriale. La resilienza permette di affrontare efficacemente e con forza gli eventi traumatici della vita personale. Essa è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli eventi negativi che si incontrano lungo il cammino.
In periodi dagli scenari incerti e difficili da interpretare come quello attuale, si determinano cambiamenti significativi, che appaiono minacciosi, ma che talvolta portano la possibilità di trasformare e trasformarsi.

Se si pensa all’organizzazione come a un organismo vivente capace di adattarsi alle continue e diverse richieste dell’ambiente, si intuisce come sia stato semplice per gli studiosi di management fare un parallelo tra un organismo vivente e un’impresa, arrivando a concepire caratteristiche peculiari di un’organizzazione resiliente. La resilienza organizzativa è un processo che permette di attuare e governare il cambiamento.
Molte sono le storie aziendali che parlano di successi legati al superamento di una crisi. Esistono coordinate tangibili di questi successi, generate dall’attenzione ai processi e alle relazioni che plasmano le organizzazioni. Le variabili logiche, come gli investimenti lungimiranti, la buona gestione del personale, la capacità di misurare le prestazioni o di affinare tutti i meccanismi organizzativi, occupano un posto importante nel raggiungimento della crescita di un’organizzazione. Tuttavia, è l’insieme dei soggetti che creano e costruiscono, gli attori attivi di un paesaggio in cambiamento, che risulta l’elemento preminente per il successo di un’organizzazione.
Karl Edward Weick, sociologo dell’organizzazione, usa una metafora molto convincente: “L’organizzazione dipinge il proprio scenario, lo osserva col binocolo e cerca di trovare un sentiero nel paesaggio”. Le persone che lavorano all’interno dell’organizzazione, attraverso le loro relazioni e interazioni, costituiscono il senso dell’organizzazione stessa. Gli attori organizzativi sono così fondamentali, da tracciare la strada che percorrerà l’organizzazione e da influire sul suo successo. Se è vero che “le persone producono parte dell’ambiente che affrontano”, di fronte a un universo organizzativo in continuo mutamento, occorre che i soggetti organizzativi siano forti, flessibili e che non si lascino travolgere dai cambiamenti che oggi investono le organizzazioni: veri e propri terremoti. La capacità antisismica richiesta ai soggetti organizzativi si chiama proprio resilienza.
Tutto questo si traduce nella necessità, da parte dell’organizzazione, di spostare il focus attentivo dall’esterno verso l’interno, verso la sua classe manageriale, alla quale è richiesto di esercitare una leadership resiliente, capace di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, di fronteggiare efficacemente le difficoltà, generando sempre nuova e vitale motivazione nei collaboratori. Essere resilienti significa altresì prevenire il fallimento. Quest’ultimo avviene quando c’è stata la mancanza degli adeguamenti necessari per affrontare la complessità del mondo reale. Prevenire il fallimento, per un’organizzazione, significa adattare di continuo le proprie prestazioni al mondo reale, anticipare la forma mutevole del rischio.
Questo processo rappresenta qualcosa in più della sola capacità di sopravvivere.
“La nostra gloria più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta.” (Confucio)

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