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Rigore e ingegnerizzazione ai tempi del Coronavirus: riflessioni ad alta voce di un consulente “stagionato”

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Ho scelto di far parte di HC per il rigore con cui ha sempre garantito architettura e bellezza, precisione e cura nel progettare gli importanti progetti di cambiamento individuale e organizzativo che ha realizzato. L’ho scelta anche perché mi ha sempre posto di fronte alla necessità di innovare i paradigmi con cui tradizionalmente ho sviluppato il mio percorso professionale: già 3 anni fa (ancor prima che io ne facessi parte) il suo blog mi portava a considerare le potenzialità del “digitale” nell’immaginare un modo più efficace ed avvolgente di stare vicino alle persone “anytime” e “anywhere”. L’ho scelta perché rappresenta i miei valori, il modello comportamentale e l’etica che i miei genitori mi hanno insegnato e che ora non sono più accanto a me.
Rigore, attenzione al dettaglio, precisione e vicinanza sono diventati il mio “mantra” professionale in poco tempo e si stanno rivelando un ingrediente vincente nell’essere a fianco delle persone che devono resistere alle aggressioni dell’emergenza sanitaria, sociale, economica generata dal Coronavirus.

Che cosa sta accadendo nel modo di gestire attività e progetti, relazioni commerciali e relazioni di supporto e coaching con le persone?

Innanzitutto, stiamo facendo i conti con un cambiamento epocale del modo con cui le persone costruiscono una relazione di fiducia con l’interlocutore. Abituati a interagire con clienti e partecipanti attraverso canali in presenza, oggi dobbiamo fare i conti con processi di comunicazione a distanza, mediati da tecnologie “digitali” rispetto alle quali non tutti mostrano abitudine e confidenza. Ci dobbiamo confrontare con una richiesta di dettaglio e precisione rispetto a quello che realizzeremo, al processo che abbiamo progettato, al modo con cui abbiamo definito i traguardi di miglioramento, a come garantiremo l’azione “balsamica” della vicinanza e del contatto.  Dobbiamo quasi fare i conti con il fatto che la perdita della relazione diminuisce la capacità di “vista” e “visione” delle persone e incrina la disponibilità a un affidarsi esclusivamente “emotivo”.
Di conseguenza lucidità nel garantire regia e direzione, coniugata con capacità di previsione di ogni dettaglio critico del processo di apprendimento e cambiamento, diviene oggi rassicurante per i nostri interlocutori e precondizione alla disponibilità ad affidarsi.

In questi mesi ho maturato una forte convinzione che le attuali condizioni di lavoro impongono a me e a tutti i colleghi consulenti di cambiamento un cambio di passo epocale: diventare molto più rigorosi nel tracciare percorsi precisi e focalizzati sui traguardi da raggiungere aumentando la nostra capacità di ingegnerizzare i processi didattici. Un esempio di come questo binomio sia un focus prioritario nel lavoro del consulente al cambiamento è presente nella nostra attività attuale di progettazione e realizzazione di WebAtelier.
Molti clienti ci chiedono di proseguire con le attività che abbiamo concordato a inizio anno, ma facendo fronte al fatto che le persone non possono essere gestite con attività “fisicamente” in presenza. Fortunatamente le tecnologie digitali oggi sono di grande aiuto: riusciamo a progettare e realizzare momenti di apprendimento esperienziale estremamente efficaci; ma quanto è alta la domanda da parte dei committenti aziendali di condivisione di che cosa faremo, di come riusciremo a garantire l’attivazione esperienziale delle persone, di come ottimizzeremo la didattica sapendo che non potremo coinvolgere le persone per spazi temporali non superiori ai 90 minuti? Dovremo essere in grado di raccontare il film e dovremo essere certi che quel film la cui sceneggiatura è stata condivisa con il cliente sia un successo da Oscar alla miglior regia.

In aggiunta dobbiamo anche contribuire a un cambio di mindset delle persone che ancora oggi hanno un rapporto ambivalente con il “digitale”: sdoganato il fatto che il “digitale”, favorisce la libera espressione di pensieri ed opinioni (in fondo i “social” sono stati utilizzati in maniera “anarchica” e molto libertaria dalle persone), oggi ci troviamo nella necessità di aiutare le persone a comprendere  che la tecnologia è uno strumento molto efficace per l’apprendimento individuale e per un prezioso lavoro di confronto che richiede orientamento all’ascolto ancor più che all’esternazione.
Se nella relazione in presenza l’ascolto è facilitato dalla leadership (quando riconosciuta) del consulente, nella relazione mediata da tecnologie (per esempio anche attraverso la nostra Piattaforma Dive, suite di e.coaching digitale) l’interazione asincrona tra e.coach e e.coachee, l’allenamento ad adottare comportamenti migliori rispetto alle abitudini comportamentali da modificare hanno bisogno di accorgimenti che aiutano le persone a diventare più aperte alla sperimentazione senza controllo a vista e che incidano sull’autonomia e auto-responsabilizzazione delle persone.
Anche in questo caso la relazione di aiuto, seppur molto più presente e continuativa grazie alla tecnologia digitale, impone che il processo di accompagnamento e feedback venga progettato in ogni dettaglio critico e gestito con rigore e precisione, ad esempio predisponendo modalità di scambio veloce con l’e.coach attraverso WhatsApp, oppure sistemi di survey con votazioni sulle difficoltà incontrate.

Come tutti i momenti di crisi, ho la sensazione che anche l’emergenza Coronavirus possa essere una preziosa occasione di apprendimento. Forse riusciremo a liberarci dalla fantasia che la qualità di un processo di cambiamento di abitudini di persone che lavorano in azienda dipende dalla centralità della leadership del consulente, forse riusciremo a creare un nuovo mindset professionale grazie al quale supportare le persone.

Certamente impareremo ad essere più rigorosi, più attenti a progettare sistemi di apprendimento/ cambiamento più efficaci e più focalizzati.