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Saper Ascoltare

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Quanta capacità  di meraviglia sappiamo avere dentro di noi? Oppure abbiamo percezioni e sensazioni che hanno perduto la novità  e la loro sorpresa? Sappiamo accogliere il mondo, le percezioni, sapendoli rispettare nella loro differenza da noi, nella loro distanza? Nella capacità  di ascolto vi è il saper trattenere il fiato, il saper rimanere sospeso dentro una realtà  che non cerchiamo di completare e designare, ma sappiamo vedere nel suo essere fenomeno che appare, senza bisogno di verità  e di conclusioni.
Il profilo di una persona intenta a leggere, il gesto che incespica nell’aria, lo sguardo di chi abbiamo davanti che si trattiene un po’ di più sulle nostre mani: il mondo entra nei nostri occhi con percezioni e sensazioni, per precipitare velocemente verso giudizi e convinzioni. Possiamo però metterci in ascolto, possiamo essere in ascolto, donando quel che siamo ad un silenzio, perché possa apparire la realtà nella sua bellezza.

“Ciò che rimane quando tutto perisce è il volto delle cose così come sono. Quando non c’è alcun luogo dove volgersi, ri-volgiti al volto che ti sta dinanzi, guarda in faccia il mondo” (Hillman, 2002).

L’ascolto, quello che possiamo veramente considerare tale, è esperienza che trasforma, perché per essere in ascolto dobbiamo metter-ci a disposizione, dobbiamo vivere e consentire la possibilità  di venir modificati da ciò che ascoltiamo. Senza questa apertura, senza questo “essere in ascolto”, l’ascolto è protetto da armature che tengono a distanza il mondo.
L’ascolto è proporzionale alle nostre difese: più abbiamo idee, convinzioni, esperienze, abitudini e bisogni da proteggere e difendere, minore sarà la nostra capacità di ascolto. Nell’ascolto, capace di portare alla luce ciò che l’altro aspira a comunicare ed essere, vi è un sentimento di sicurezza di se’ fondato sul quel che diventiamo e non sul quel che siamo, su quel che troviamo e non sul quel che perdiamo.
Se l’ascolto è apertura, breccia che si apre in noi, il suo ingaggio è quello del cuore perché impegna le nostre capacità di vedere e sentire il mondo nella sua unicità , nella sua esistenza, che è altro da noi e non può essere ripiegato in noi come riproduzione del nostro modo di essere, di agire e di sentire.
Per questo l’ascolto più intenso, quello più aperto alle trasformazioni che può produrre, è quello che impegna il nostro percepire, il nostro tatto, il nostro sguardo, il nostro udito, prima che diventino pensiero e ragionamento. Quando siamo in ascolto attraverso le sensazioni, quando vediamo quel che incontriamo e lo seguiamo senza completarlo di ragioni e considerazioni, quando siamo in una relazione estetica con il mondo, in questi momenti l’ascolto è quello dell’anima, dei nostri sentimenti (Hillman, 2002).
Siamo anche come sappiamo ascoltare, i modi con cui i nostri sentimenti scoprono e incontrano quel che vedono e percepiscono, palpitando di ciò che vedono attraverso una relazione di contatto con il mondo. Nello schiuderci a ciò che percepiamo per come entra in noi, direttamente di sensazioni, riveliamo in presa diretta il nostro mondo interiore. Mettendoci in ascolto attraverso le nostre reazioni estetiche possiamo scoprire allora di cosa siamo capaci. Nei nostri modi di percepire adottiamo il modo di far nostro il mondo, attraverso le ragioni del cuore, e non solo quelle del pensiero. In questa capacità , di non oscurare quel che vediamo e percepiamo della nostra presenza, delle nostre idee e del nostro modo di pensare, ci si rivela un’intimità  con il nostro cuore, con i sentimenti che in noi ci legano alle cose e le fanno apparire.

Il tema del saper ascoltare incontra quello dell’ospitalità , come espressione più significativa dell’ascolto. L’ospitalità ci propone infatti la difficoltà  del saper ospitare. La parola ospite etimologicamente significa “il signore dello straniero” e ricorda che, in una relazione di ospitalità , vi è innanzitutto il riconoscere la diversità  di chi è ospitato: il suo essere straniero. Nel mettere a disposizione dell’ospitalità  siamo ingaggiati nelle nostre capacità  di offrire una relazione, fatta di ascolto e di accettazione, attraverso la quale offrire dell’accoglienza temporanea, a qualcuno che ci è estraneo e differente, riuscendo però a farlo sentire un po’ a casa.

L’ospitalità  ha allora bisogno di spazio disponibile, perché se siamo troppo pieni delle nostre paure, dei nostri bisogni, dell’attenzione a noi stessi, non rimane abbastanza spazio per portare dentro di noi dell’altro. L’ospitalità  ha anche necessità di generosità , nel saper mettere a disposizione qualcosa di se’ che viene toccato, abitato, utilizzato e un po’ consumato dall’ospite. Non solo, il sentimento di ospitalità si nutre di fiducia, che apre all’altro un po’ dei propri segreti e del proprio cuore.
Ancora una volta viene da interrogarsi sui modi odierni dell’ospitalità, e dell’opposto, l’inospitalità, poiché la grande diffusione di cortesia e di gentilezza, che pur possiamo osservare nelle organizzazioni, non sempre corrisponde ad accoglienza. Vi è invece il rischio di una perdita di capacità  ad ospitare, quando la velocità  si fa incessante, quando l’insistenza e il dominio degli obiettivi domina l’agire, quando la tutela del proprio equilibrio è sforzo che richiede enormi energie, allora forse ben poco rimane per accogliere chi è diverso, soprattutto chi richiede sforzo di ospitalità, perché sentito straniero: chi non è tanto brillante e seducente nel dire le sue idee, chi è un po’ troppo lamentoso o chi è un po’ troppo logorroico, chi dimostra troppa insicurezza o chi sembra eccessivamente sicuro di se’. La capacità  di accogliere e ospitare richiede risorse che forse ci sono sottratte da altre fatiche, lasciandoci però un po’ più poveri nel saper prendere dentro di noi chi è estraneo, ma che potrebbe, come ci insegnano le culture che consacrano l’ospitalità, lasciarci più ricchi di quello che non siamo.

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