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Un trauma collettivo e poi? – 2a parte

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“Speranza” deriva dalla radice sanscrita «spa-», che significa “tendere verso una meta”. Ed è proprio questo che significa sperare: protenderci verso qualcosa che non possiamo ancora vedere, ma che ci aiuta ad andare avanti.
La speranza non può essere considerata un’emozione e allo stesso tempo è indispensabile per sostenere la motivazione. Secondo i neurologi, nell’ipotalamo del cervello risiede ciò che alcuni scienziati chiamano il “circuito della ricerca”.
Sperare indica una forte preferenza verso qualcosa; in qualche modo quello che speriamo è soggetto alla parte cosciente e dell’intelletto, cioè ne possiamo avere un controllo.  Al contrario dei desideri, che escono dal controllo della mente, nascono e muoiono nel cuore e a volte non sono per niente saggi.
L’energia generata dalla speranza può essere paragonata all’energia prodotta dalla differenza di potenziale, di cui parla la fisica, presente in punti diversi dello spazio (ad esempio, tra l’acqua in cima alla cascata e l’acqua nel momento in cui impatta sul fiume). La tensione fra i due punti genera la nostra energia: la distanza tra umano e divino, la distanza tra noi e un ideale o tra noi e un obiettivo a cui teniamo.

Perché questo meccanismo funzioni, perché la speranza attivi la propria energia di molla comportamentale devono essere presenti due componenti:

-Agentività – la convinzione di poter raggiungere i propri obiettivi;
-Percorsi – la convinzione di poter ideare dei piani per raggiungere gli obiettivi;

 Questi due elementi compongono il “potere a procedere”.

Allora vediamo nel dettaglio quali sono gli ingredienti della speranza:

1.Sapere che cosa si vuole e credere in stessi – innanzitutto interrogarsi su come ci sentiremo una volta raggiunto un obiettivo ci consente di verificare quanta energia siamo disposti ad investire nel raggiungere l’obiettivo stesso; altrettanto importante è l’essere convinti di noi stessi, delle nostre capacità, così come l’abitudine ad avere un sistema narrativo interno che sa riconoscere le nostre qualità e i motivi per cui ci piacciamo.

2.Sentirsi Responsabili – la responsabilità è l’impegno nel rispondere alle proprie promesse, accettando tutte le conseguenze derivanti dalla promessa data. Il sentimento di responsabilità è condizionato da: a) il rapporto con l’incerto e l’ignoto, con ciò che non so in anticipo; b) la valutazione delle mie capacità; c) il rapporto con la mia autostima e l’immagine di me stesso. Per ogni cosa che vivo e che mi accade possono sempre pormi la domanda: “Quanto me ne sento responsabile?”

3.Credere che esista una strada – Le nostre convinzioni attivano le nostre risorse psichiche, fisiche ed emotive, che permettono di agire comportamenti che producono risultati che a loro volta confermano le nostre convinzioni. Come diceva G. B. Shaw “Alcuni vedono le cose come sono e dicono «perché?». Io sogno cose non ancora esistite e chiedo «perché no?»”

4.Avere strategie di pensiero generative – certo che essere convinti che esista una strada non significa avere strategie per trovarla. Da questo punto di vista ci viene in aiuto la strategia del labirinto: partire dal risultato procedendo al contrario e chiedendosi «che cosa deve essere vero per…?» ci permetterà di risalire fino al punto di partenza e trovare la soluzione.

5.Essere resilienti e adattivi – ultima risorsa, ma non per questo meno importante, è la capacità di vedere ogni risultato ottenuto come un successo, se l’obiettivo è stato raggiunto, o come un momento di apprendimento, se l’obiettivo è stato mancato: ogni uomo di successo ha alle spalle dei “fallimenti” da cui ha potuto imparare e alimentare la propria voglia di rivincita e riscatto, dimostrando a se stesso il proprio valore.

E voi che state leggendo: qual è la vostra speranza e che cosa siete disposti a fare per raggiungerla?