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Un trauma collettivo e poi? – 1a parte

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La parola TRAUMA deriva dal greco e vuol dire “ferita”. Il trauma, dunque, può essere definito come qualcosa che rompe il consueto modo di vivere e vedere il mondo e che ha un impatto negativo su chi lo vive.

Non tutte le persone che vivono un’esperienza traumatica, pur provando le medesime emozioni, reagiscono allo stesso modo. Le reazioni individuali a questi eventi possono essere moltissime, e variare dal completo recupero e ritorno ad una vita normale in un breve periodo, fino a quelle che impediscono alla persona di continuare a vivere la propria vita come prima dell’evento traumatico.

Uscire dal trauma è possibile, e ognuno di noi ha i suoi tempi per elaborarlo (anche in virtù delle personali situazioni di contesto). Ciò richiede di superare quattro diverse fasi: incredulità, reazione emotiva (rabbia, tristezza o paura), accettazione, ripresa (speranza e ottimismo).

Un’analisi più dettagliata relativamente allo stadio in cui ciascuno si trova consente anche di capire che cosa si possa concretamente fare per reagire al COVID-19.

1.Incredulità: un profondo senso di perdita attiva reazioni di negazione. Il COVID-19 ha generato un’improvvisa perdita di struttura e vita sociale e infatti, la prima reazione, è stata di incredulità che ciò che stava accadendo fosse vero; l’atteggiamento più diffuso era “adda passà ‘a nuttata” di edoardiana memoria. Tutti noi abbiamo ampiamente superato questa fase.

2.Reazione emotiva (Rabbia, tristezza o paura): agli annunci di maggiori giorni di lockdown le reazioni rabbiose hanno accomunati tutti quanti, così come la maggior parte di noi si è ritrovata a commuoversi più facilmente davanti ad un film o una canzone “strappalacrime”. Le lacrime, in questo caso, non vanno viste come un segno di debolezza, piuttosto come una normale necessità di scaricare l’eccesso di scorie emotive sviluppate a causa dello shock e del cambiamento. E poi la paura: paura di rimanere contagiati, paura per i propri cari, paura del futuro incerto. Per chi si trovasse ancora in questa situazione, l’invito è ad imparare ad osservare le proprie emozioni, a saperle descriverle a sé stessi o agli altri, analizzare ciò che le ha innescate e lasciarle andare senza giudizio.

3.Accettazione: elaborare le emozioni “disagevoli” consente di accettare la realtà della nostra situazione. L’alternativa disfunzionale all’accettazione è la rimozione, un meccanismo psichico che impedisce ai contenuti una volta rimossi di tornare nuovamente coscienti e di continuare, invece, nella propria funzione patogena. L’accettazione, purtroppo, non si può forzare. Il modo più efficace per favorire questo passaggio è  creare nuove routine e nuove strutture di prevedibilità, per dare un senso di energia e scopo che può essere usato per arricchire la nostra vita: imparare a suonare uno strumento, padroneggiare una nuova lingua o insegnare ai bambini a cucinare focalizza la nostra mente sui cambiamenti positivi che sono emersi dalla situazione attuale.

4.Ripresa (Speranza e ottimismo): è l’ultima fase, quella più generativa, in cui sviluppiamo nuove competenze e soluzioni alle sfide della vita. Dopo aver raggiunto un punto di accettazione, il sistema nervoso si deposita ed emerge dalla “lotta o fuga” alimentata dall’adrenalina verso uno stato di equilibrio in cui scorre la creatività e domina il pensiero razionale. Per indirizzarci verso l’ottimismo, che ci consente di guardare la vita in modo diverso e di vedere i cambiamenti improvvisi come sfide da superare piuttosto che insormontabili ostacoli, occorre saper alimentare la speranza. La parola speranza deriva dalla radice sanscrita «spa-», che significa “tendere verso una meta”.  Ed è proprio questo che significa sperare: protenderci verso qualcosa che non possiamo ancora vedere, ma che ci aiuta ad andare avanti. È quel punto esterno a noi che ci consente di sviluppare in noi un’energia potenziale da esprimere, una tensione positiva che si basa fondamentalmente su due elementi che compongono il “potere a procedere: l’Agentività, la convinzione di poter raggiungere i propri obiettivi, e i percorsi, la convinzione di poter ideare piani per raggiungere gli obiettivi.

Nel prossimo post approfondiremo il tema di come alimentare la speranza.