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Una diversa prossimità

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La prossimità non è semplice esistenza, ma inquietudine.” E ancora: “Nel contatto si risveglia la carezza del sensibile – e nel toccato la tenerezza, cioè la prossimità – solo a partire da una pelle umana, da un volto, solo all’avvicinamento del prossimo. La prossimità delle cose è poesia.”
Levinas

Apparentemente la vita organizzativa è fatta di prossimità. La realizzazione dei processi, il raggiungimento dei risultati richiede intesa, integrazione e comunicazione. Spesso il tempo che trascorriamo nelle relazioni organizzative, nelle comunicazioni con i colleghi è superiore a quello che dedichiamo alle persone che amiamo. Eppure, nonostante questo enorme impegno nella vicinanza, nello scambio, nell’ascolto con colleghi, collaboratori e capi è ben difficile che si produca della reale prossimità.

Vi è una ragione, remota e più nascosta, rispetto alle tante acclamazioni per un impegno verso un’emozione condivisa in azienda: la prossimità genera inquietudine, e per questo richiede il desiderio di accogliere l’inquietudine che porta con sé.

Nella prossimità, come disponibilità a farsi toccare dalla vicinanza dell’altro, siamo coinvolti in un movimento che ci inquieta perché ci muta, ci scandaglia e ci mette a nudo. Quando ci facciamo vicini a qualcuno, al punto da riconoscerne in pieno il suo volto, e così la sua differenza da noi, siamo presi da una corrente che ci rende instabili, più fragili, esposti alle conseguenze di questa prossimità. Solo nella vicinanza a qualcuno ci accorgiamo della sua unicità, delle sfumature che lo rendono (o la rendono) differente e irriducibile ad ogni etichetta, ad ogni generalizzazione.

In questa esperienza di prossimità del nostro percepire, di contatto che supera barriere, ci imbattiamo nel segreto dell’altro, nella sua intimità. Ed è venire a contatto con questo segreto che genera inquietudine, perché imbatterci in un segreto provoca il turbamento della conoscenza, della scoperta di qualcosa che vorrebbe rimanere in ombra, ma che noi strappiamo con lo sguardo, rimanendone però travagliati.

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